In tante carriere sportive arriva un momento, nel pieno della fase di crescita e sviluppo di un atleta, in cui “ci si mette sulla mappa”. Un urlo al mondo, una prestazione che accende i riflettori individualmente sullo stesso atleta. Una partita – ma anche una singola giocata – dopo la quale a volte nulla può essere come prima, un momento spartiacque da “prima” e “dopo”. Per Marco Stefano Belinelli da San Giovanni in Persiceto quel momento e quella partita è probabilmente andata in scena nella serata del 23 agosto di 20 anni fa a Sapporo, città celebre per essere stata la casa delle Olimpiadi Invernali del 1972 ma ricordata – dagli appassionati sportivi italiani – anche per avere tenuto a battesimo l’Italia di Trapattoni al Mondiale di calcio del 2002.
“Nella mappa” degli appassionati italiani ed europei Belinelli c’era da prima di quell’agosto giapponese, soprattutto grazie a una stagione in continua crescita e ascesa con la Fortitudo Bologna che gli era valsa la chiamata di Recalcati per il Mondiale, a rappresentare il “capitolo successivo” della squadra che due anni prima da Atene era tornata con un argento olimpico. Quell’estate per l’Italia cestistica si era aperta con la storica prima chiamata assoluta di Andrea Bargnani al Draft NBA, e pure il Mondiale giapponese era nato sotto i migliori auspici. Tre partite nel girone D e altrettante vittorie con l’apertura contro la Cina – superando lo spauracchio Yao con un encomiabile Mason Rocca – e le successive affermazioni su Slovenia e Senegal.

Il 23 agosto era quindi uno scontro al vertice, contro l’altra imbattuta del raggruppamento. Gli Stati Uniti, il primo Team USA guidato da Mike Krzyzewski dopo il doppio passaggio a vuoto tra Indianapolis e Atene. Un gruppo che partiva con l’obiettivo dichiarato di agguantare la prima medaglia d’oro mondiale dal 1994, e di rimettere la bandiera a stelle e strisce sul tetto del mondo cestistico. Per noi era il primo rendez-vous dopo l’indimenticabile amichevole di Colonia di due anni prima, e il secondo incrocio a livello ufficiale contro una rappresentativa di 12 giocatori NBA dopo la sfida di Sydney 2000. Dopo che all’esordio contro la Cina era stato il suo “mentore” alla F – Gianluca Basile – a prendersi il palcoscenico, Belinelli era uscito alla distanza soprattutto con i 26 punti firmati nella vittoria di misura sulla Slovenia.
Entrambe imbattute, entrambe nel mezzo di un back-to-back-to-back (gli azzurri avrebbero poi chiuso il girone vincendo con Portorico la terza partita giocata nello spazio di 72 ore), entrambe comunque con l’obiettivo di non risparmiare nulla sul parquet della capitale della regione di Hokkaido. Siamo noi a partire meglio, con un piazzato dalla distanza di Gigli e soprattutto la prima uscita pulita dai blocchi di Belinelli, per nulla timido dopo aver sbagliato dall’arco un paio di possessi prima. Rivedere oggi una partita in cui il matchup diretto del nativo di San Giovanni in Persiceto era proprio LeBron James fa indubbiamente impressione, ma quella sera i ragazzi di Recalcati non ebbero alcun accenno di timore reverenziale. Saranno tre, in tutto, le volte nel primo quarto in cui Belinelli andrà a segno da tre punti a punire una difesa non troppo reattiva di James, mettendo in mostra pulizia tecnica e rapidità decisionale a livello offensivo: caratteristiche che saranno aspetti fondamentali della sua lunga e decorata carriera oltreoceano.

Se all’inizio di questo articolo abbiamo detto come può bastare anche una singola giocata per “mettersi sulla mappa”, dovendone indicare una di quella serata a Sapporo per Belinelli ci sarebbero pochi dubbi sull’andare e scegliere il primo possesso azzurro del secondo tempo. Howard e Wade sbagliano sotto canestro, Di Bella afferra il rimbalzo e lancia lungo per un Belinelli già partito in contropiede. Pochi secondi e Marco schiaccia deciso a canestro per un +11 che diventa +12 grazie al tiro libero aggiuntivo, conseguenza del fallo commesso da Carmelo Anthony. Il vantaggio, a differenza della notte di due anni prima a Colonia, non regge fino alla sirena finale: Team USA rientra, grazie soprattutto a un Carmelo Anthony in grande spolvero – autore di una delle migliori prestazioni individuali nell’era degli NBA in area FIBA – e chiude da imbattuta un girone complesso. Da quella serata però Marco è sulla mappa e ci resta a lungo. Dieci mesi dopo arriva la chiamata al Draft NBA (18ª scelta assoluta dei Golden State Warriors), seguita da 13 stagioni ai massimi livelli con l’apice di uno storico (e a oggi unico per un giocatore italiano) titolo vinto con i San Antonio Spurs. Partendo da una serata di 20 anni fa in Giappone, tra le altre cose.
Ennio Terrasi Borghesan