FEDERAZIONE ITALIANA PALLACANESTRO
Torna

Stories

La Leggenda degli Azzurri alle Olimpiadi 1980: Sovietici zitti a Mosca!

25 Luglio 2026

Per decenni molti l’hanno chiamata impropriamente Russia, che tanto si capiva al volo e c’era pure una vaga assonanza con l’acronimo Urss. Per i più precisi era però l’Unione Sovietica, anche se solo a pochi era chiara la distinzione tra i russi e gli altri. Che alcuni dei giocatori più forti fossero in realtà lituani, o di qualche altra repubblica dell’impero, il grande pubblico lo scoprirà solo verso fine anni 80.

La Nazionale di quell’immenso paese era in pratica la proiezione sul campo da basket della superpotenza sovietica. Divise rosse con il simbolo della falce e martello, inquadramento gerarchico, quasi militaresco, giocatori dalla stazza disumana come il 2.20 Volodimir Tkachenko (mezzo ucraino, peraltro) o prima di lui il 2.20 Janis Krumins (lettone). Otto campionati europei consecutivi vinti tra il 1953 e il 1971, sedici in tutto fino alla dissoluzione del paese, più tre titoli mondiali e l’oro olimpico del ’72 a Monaco. L’Unione Sovietica per noi era un moloch e come tale l’abbiamo a lungo temuta e sofferta. Ma poi anche battuta, e quando contava.

Nel dopoguerra, per un quarto di secolo, giochiamo contro l’Urss 24 volte e rimediamo 24 sconfitte. La prima agli Europei del ’51 a Parigi, la peggiore un -39 agli Europei di Mosca del ’65, la più onorevole un -4 ai Mondiali di Lubiana del ’70, ma in ogni caso solo delusioni, e molte batoste, loro ormai la nostra bestia nera, considerata imbattibile o quasi. Fino a una calda sera d’estate, a Roseto degli Abruzzi.

6 luglio 1976, che due grandi nazionali in preparazione per le Olimpiadi di Montreal (inizieranno dodici giorni dopo, Urss medaglia di bronzo, Italia quinta) partecipino a un torneo estivo all’aperto, su un campo in cemento, è ancora considerato normale. E’ al torneo del Lido delle Rose, in un’Arena Quattro Palme straboccante di gente e di entusiasmo, che per la prima volta battiamo l’Unione Sovietica: 84-80, è una svolta storica.

Dopo Roseto giocheremo però altre 11 volte contro l’Urss, vincendone solo due, uniche eccezioni gli Europei in Belgio del ’77 e un’amichevole a Bologna, al PalaDozza naturalmente, nell’aprile del 1980. Siamo a tre mesi dalle Olimpiadi di Mosca, quelle della nostra prima medaglia, il fantastico Argento che poi, abbinato alla vittoria degli Europei ’83, passerà alla storia come l’epoca d’oro del basket italiano.

La lunga premessa per dire che all’appuntamento con la storia ci presentiamo con un bilancio di 33 sconfitte e 3 sole vittorie contro l’Unione Sovietica. Sono le Olimpiadi a Mosca, sono quelle del boicottaggio per l’invasione dell’Afghanistan, senza gli Stati Uniti ma anche senza molti altri paesi, l’Italia stessa che partecipa ma senza bandiera né inno nazionale, presentandosi sotto le insegne del Cio. Stringendo a questioni di puro basket, l’assenza degli Usa vuol dire una squadra fortissima in meno, ancora con solo giocatori di college (d’élite però, Isiah Thomas e Mark Aguirre per citarne due che ci sarebbero stati), ma a quasi mezzo secolo di distanza si può dire che quell’edizione del torneo olimpico di basket non merita alcun asterisco. Con la Yugoslavia al completo e l’Unione Sovietica, più noi, Spagna, Brasile, Australia, il livello fu comunque altissimo e come si dice in questi casi, gli assenti hanno sempre torto.

Di quell’Italia costruita da Sandro Gamba, con gli occhi di oggi a colpire forse è il fatto che fossero rappresentati ben dieci club diversi. Con i già veterani Dino Meneghin, ancora di Varese, e Pierluigi Marzorati, ovviamente di Cantù, la sola Virtus Bologna rappresenta un piccolo blocco anche se in realtà fornisce due soli uomini, Renato Villalta e Pietro Generali; ci sarebbe anche Marco Bonamico, ma viene da una stagione in prestito a Milano, mentre Roberto Brunamonti è ancora di Rieti. Poi c’è Meo Sacchetti di Torino e due giocatori legati a Roma, ma Enrico Gilardi viene ancora della Stella Azzurra e Marco Solfrini dalla sua Brescia. Rappresentati anche due club di serie A2, neanche di prima fascia, con Fabrizio Della Fiori che ha giocato alla Reyer e Renzo Vecchiato in forza a Rimini. Infine, la convocazione che più ha fatto parlare, quella di Mike Sylvester, che ha appena chiuso una lunga parentesi a Milano e sta per passare a Pesaro, ma soprattutto riapre la porta agli oriundi in Nazionale (l’ultimo c’era stato nel 1959), oltre ad essere l’unico statunitense di nascita ai Giochi di Mosca.

La nostra Olimpiade inizia in discesa, 92-77 alla Svezia, con 24 punti di Villalta e 20 di Meneghin, il 20 luglio. Il giorno dopo però la musica cambia, perdiamo 84-77 con l’Australia, salvabile forse il solo Sylvester (18), le cose si complicano. L’ultima del girone a quattro è con Cuba, ai tempi ancora una media potenza (ci perdemmo di 1 la finale per il bronzo nel ’72 a Monaco), e la situazione alla viglia dell’ultima giornata è davvero curiosa.

Strano scherzo della formula, per qualificarsi bisogna vincere con almeno 6 punti di scarto, ma con 7 punti l’Italia si porterebbe alla seconda fase una vittoria negli scontri diretti (perché passerebbe con Cuba) mentre con 8 punti o più no (perché passerebbe con l’Australia). Ci vogliono 7 punti di scarto quindi, non uno di più né uno di meno. E il 23 luglio, dal +7 nell’ultimo possesso grazie a un canestro dalla media di Generali, il lungo cubano Alejandro Ortiz sbaglia un non difficile ultimo tiro (se entrava, noi eliminati e loro dentro con due punti in più, quindi nessun accordo) e finisce 79-72, cioè l’esatto +7 che ci serviva. Il segnale è chiaro: sarà un’Olimpiade fortunata.

Nel girone finale a sei ci tocca subito una indemoniata Yugoslavia, perdiamo secco 102-81 con 57 punti in due di Kicanovic e Dalipagic, i gemelli del gol del Partizan. Ma ci sta. Il capolavoro arriva il giorno dopo.

E’ il 26 luglio, quando abbattiamo ii padroni di casa all’Olimpijskj Arena. Villalta scrive 21 e Della Fiori 13, ma la prestazione individuale che passa alla storia è quella di Sacchetti, 13 punti e una grande difesa sul divino Sergei Belov. Mentre Meneghin si immola su Tkachenko, che finirà con l’uscire per falli, il quinto del mammut in maglia rossa il Dino nazionale lo converte in lunetta segnando i due liberi più pesanti della serata: 83-87 a spiccioli dalla fine. Inutile l’ultimo tap-in di Myskhin, finisce 85-87, sovietici totalmente sorpresi, quasi increduli.

E’ la vittoria alle Olimpiadi più pesante nella storia nostro basket fino a lì. E poco importa se il giorno dopo perdiamo 90-77 con il Brasile, incassandone 33 da un 22enne Oscar al primo dei suoi cinque tornei olimpici. Per chiudere tra le prime due il girone a sei, quindi andare automaticamente a medaglia, a quel punto basta battere la non irresistibile Spagna nell’ultima giornata, il 29 luglio. Vinciamo infatti 95-89 (Meneghin 29, Sylvester 16), ed è finale per l’oro.

Ancora con la Yugo, il 30 luglio, è un’altra sconfitta, stavolta più contenuta di quella di cinque giorni prima, 86-77. Ma l’immagine che resta è quella dei dodici azzurri per la prima volta sul podio, con l’argento al collo.

Per rivedere una scena così bisognerà aspettare fino ad Atene 2004.

Enrico Schiavina