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Il nostro gigante tra i giganti: Dino Meneghin nella Hall of Fame

05 Settembre 2026

Hall of Fame, cioè arca della gloria. La traduzione italiana non rende necessariamente giustizia al peso e importanza di un concetto che, in ogni disciplina sportiva (o culturale, viste le Hall of Fame della musica o la Walk of Fame a Hollywood), è sinonimo di grandezza assoluta. In una Hall of Fame vengono inseriti i migliori, quelli che hanno impresso un segno indelebile nel corso di una carriera. Grazie ai successi ottenuti, ma anche all’eredità lasciata alle squadre rappresentate. Il 5 settembre del 2003, 23 anni fa, Dino Meneghin da Alano di Piave diventava ufficialmente il primo italiano a entrare, come giocatore, nella Basketball Hall of Fame di Springfield, il posto dove la pallacanestro fu creata da James Naismith 112 anni prima.

Come consuetudine per ogni nuovo ingresso, a introdurre Meneghin fu un membro della Hall of Fame. Un compagno di squadra ai tempi della favolosa Milano degli anni ‘80, Bob McAdoo. “Nel corso della mia carriera ho avuto il privilegio di giocare con alcuni tra i più grandi: Walt Frazier ed Earl Monroe nei Knicks; Tiny Archibald e Dave Cowens nei Celtics; Bob Lanier nei Pistons; Kareem Abdul-Jabbar, James Worthy e Magic Johnson nei Lakers; Moses Malone, Charles Barkley e Julius Erving nei 76ers; e nell’ultima tappa della mia carriera in Italia con Dino Meneghin, che certamente appartiene alla categoria di questi giocatori”: iniziò così il suo discorso McAdoo, senza girarci troppo intorno. Pensate, se siete appassionati della storia NBA, al peso specifico dei nomi citati da McAdoo, che prima di giungere in Lombardia fu MVP e due volte vincitore del titolo oltre oceano.

Prima di giocare la mia prima partita in Italia, mi avevano detto di chi era Meneghin: della sua reputazione, della sua leggenda”, continuò, “fui così impressionato da non scegliere il mio numero 11, qualcosa che nella mia vita avevo fatto una sola volta, in un All Star Game con Elvin Hayes. Ha avuto una carriera leggendaria e i motivi per cui merita di essere qui sono evidenti: è il migliore giocatore italiano di tutti i tempi”. McAdoo poi proseguì a ripercorrere le tappe di Meneghin, dalla carriera lunga 28 anni (provate a pensare quanto sia impossibile da concepire oggi) all’essere scelto – primo italiano in assoluto, ma anche il primo giocatore internazionale, insieme a Manuel Raga, a essere selezionato senza un passato collegiale negli USA – al Draft NBA nel 1970.

Europei Francia 1983 – Nantes: sfilata premiazioni in primo piano Dino Meneghin
Foto Fabio Ramani

Se tu avessi giocato oggi, saresti diventato un riferimento della NBA per tantissimi anni”, così fu accolto sul palco Dino prima di dare il via al suo discorso in inglese. Un discorso di un quarto d’ora, dedicato alle principali figure che hanno attraversato la carriera di Meneghin. I maggiori rivali in campo, gli allenatori avuti. Ma anche il ruolo di pioniere del basket europeo che Dino è stato, sottolineato nel ricordare gli internazionali entrati nella Hall of Fame di Springfield prima di lui: Belov, Cosic e Petrovic. “Con Aza Nikolic ho imparato cosa significasse competere ad alto livello”, le parole di Meneghin. “Poi ho incontrato Alessandro Gamba. Con lui vincere è diventata un’abitudine della mia vita, lui ci ricordava l’importanza del gioco di squadra in ogni allenamento, in ogni giocata. Giancarlo Primo mi ha insegnato che le partite si vincono in difesa, con Gamba poi abbiamo fatto per due volte l’impossibile, nel 1980 e nel 1983”.

Dan Peterson, Boscia Tanjevic. Un ruolo cambiato negli anni, da riferimento offensivo delle sue squadre a mentore, come negli anni di Trieste. Un grande riconoscimento, poi, agli allenatori affrontati nel corso della carriera, al valore pedagogico di ogni sconfitta e ogni battuta d’arresto. Con un rimpianto, quello di non avere affrontato gli Stati Uniti di Bob Knight e Michael Jordan a Los Angeles nel 1984: “Li avremmo battuti? Probabilmente no. Ma ho sempre voluto battermi contro il meglio del meglio”.

Una retrospettiva lunga decenni: “Circoscrivere la mia carriera può sembrare difficile per chi non mi ha visto giocare, ma serve per descrivere il giocatore che ho cercato di essere. Un giocatore di squadra. Le statistiche per me non hanno significato niente, era vincere che significava tutto. Per farlo ho sentito che dovevo fare due cose: migliorare ogni giorno, in allenamento come in partita, e giocare duro andando oltre il fatto di non essere il centro più alto e fisico in circolazione. Ho cercato di essere il perfetto giocatore di squadra. Sono felice di essere qui non soltanto come Dino Meneghin, pur essendo onorato di questo riconoscimento che porta con sé un grande senso di responsabilità, ma in rappresentanza di ogni compagno di squadra o allenatore che ho avuto nel corso della mia carriera o che ho affrontato”. The ultimate team player, tanto da passare la maggior parte di una sua celebrazione a parlare dell’importanza ricoperta da chi l’ha aiutato ad arrivare fin lì. È anche per questo motivo che Dino Meneghin è il nostro gigante tra i giganti.

Ennio Terrasi Borghesan