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Da Mike Sylvester a Darius Thompson, quando l’Oriundo si tinge di Azzurro

13 Luglio 2026

Prima la definizione: cos’è un oriundo? «Persona nativa di un luogo differente da quello d’origine dei propri genitori» oppure, nello sport, «Atleta di nazionalità straniera ma di origine italiana, assimilato nella normativa sportiva ai cittadini italiani» le nozioni lampo che abbiamo trovato con una superficiale ricerca.

Non ci aiuta molto, in un mondo e un basket dai confini sempre più sfumati. Un tempo figlio dell’emigrazione per necessità, oggi prodotto di tutt’altre dinamiche, l’unica cosa abbastanza costante è che di solito il giocatore oriundo quando vince è uno di noi, quando perde è uno che si approfitta delle sue lontane origini italiane, e magari toglie il posto in Nazionale a qualcuno di più meritevole.

Per restare a paesi a noi vicini, Nick Galis è il più classico degli oriundi (nato nel New Jersey da genitori originari dell’isola di Rodi), ma viene semplicemente ricordato come il più grande giocatore greco di tutti i tempi. Caso diverso Tony Parker, nato in Belgio da padre americano e madre olandese, il più vincente giocatore francese di sempre, semplicemente perché cresciuto in Francia.

Sarebbe stato l’oriundo più forte di tutti i tempi Angelo (detto Hank) Luisetti, una specie di Steph Curry dei suoi tempi, l’uomo che negli anni 30 del novecento rivoluzionò il gioco inventando il tiro in sospensione. Aveva i genitori della provincia di Como, ma nella nostra Nazionale non ci ha mai giocato, nessuno attraversava l’oceano per il basket, a quei tempi.

Bisogna aspettare gli anni settanta per una prima, vera invasione di oriundi, posizione codificata nel campionato di serie A del 1976/77 (uno per squadra, ma durerà un anno solo, l’anno dopo si aprì al secondo straniero), quando ne arrivarono parecchi, ma nessuno abbastanza forte da giocare in Nazionale.

Per rompere il ghiaccio bisogna aspettare Mike Sylvester, uno arrivato da noi da americano nel ’74 e rimasto qui a giocare per quasi vent’anni, che ottenne il passaporto nel ‘77 ma per l’esordio in azzurro dovette aspettare, tra molte reticenze e sofismi, il 1980. Sarà alle Olimpiadi di Mosca, quelle della nostra storica medaglia d’argento, risultando curiosamente l’unico cittadino (anche) statunitense a salire sul podio in quell’edizione dei Giochi boicottata dagli Usa. Sylvester giocherà poi anche gli Europei dell’81, collezionando 46 presenze e 521 punti in azzurro.

Un altro Mike sbarcato a Milano farà molto parlare di sé quando veste per la prima volta l’azzurro, essendo uno che da italiano ha dominato campionati e coppe. Mike D’Antoni ha già 38 anni, 5 scudetti e 2 Coppe Campioni vinte, il 7 giugno 1989, quando esordisce in amichevole ad Atene (contro una selezione di college, vincendo) allenato da Sandro Gamba. Agli Europei di Zagabria giocati di lì a poco l’Italia arriva quarta, la finalina persa con l’Urss l’ultima delle 11 partite in azzurro collezionate dal leggendario baffo che solo un anno dopo cambierà mestiere, diventando allenatore di successo sia in Italia che in America.

Chi a medaglia invece ci è arrivato è Dan Gay, agli Europei di Spagna del ’97. Un argento storico, che tra le oltre cose scaturirà in un incontro ufficiale del gruppo azzurro con l’allora premier Massimo D’Alema, intrattenutosi a scherzare amabilmente proprio con lui. Gay non è un oriundo in senso stretto (arrivato qui da americano, italianizzato per matrimonio) ma il suo utilizzo in Nazionale segna una nuova era, dopo varie controversie e pure un ricorso al Tar, spianando la strada a quelli come lui venuti dopo. Curioso tra l’altro l’esordio, a 35 anni, nel settembre ‘96 al PalaDozza in un Italia-Virtus organizzato per salutare il ritiro di Roberto Brunamonti, e curiosissima la foto dei due, capitani di Virtus e Fortitudo, assieme sul cubo dei cambi, l’uno alla sua ultima partita in azzurro e l’altro alla prima. 

Con Gay nella squadra che perde la finale contro una ingiocabile Jugoslavia a Barcellona c’è Gregor Fucka, che è nato e cresciuto in Slovenia ma ha preso la cittadinanza italiana, per motivi di basket, a 18 anni grazie al padre triestino. Tecnicamente lo si sarebbe potuto definire un oriundo, ma nessuno ha mai usato questa definizione per quello che vestirà 162 volte la maglia azzurra, tra gli altri allori il titolo di Mvp degli Europei ’99 vinti dall’Italia. Con l’oro al collo tra l’altro anche Marcelo Damiao, lui sì qualche volta definito oriundo brasiliano, passato per una spiacevole vicenda di pratiche di italianizzazione poco chiare da cui però uscirà indenne, dichiarato innocente. 

Nel nuovo millennio il primo vero oriundo in azzurro è Dante Calabria, guardia che arriva dalla Pennsylvania già con il passaporto in mano e giocherà senza troppa fortuna gli Europei del 2005. Ma già ai due europei precedenti, 2001 e 2003, ci andiamo con Nikola Radulovic, che nasce croato ma diventa italiano per matrimonio e con l’Italia di Carlo Recalcati si mette al collo il bronzo Europeo 2003 e l’argento olimpico 2004. E a proposito di italianità diventa pure ufficiale della Repubblica, premiato dal presidente Ciampi al Quirinale.

Ai Mondiali del 2006 va in prima pagina la storia di Mason Rocca, che verrà ricordato per la sua famosa difesa su Yao Ming, a cui rendeva 25 centimetri. Centro sotto taglia molto amato specie a Napoli e Milano per intelligenza e abnegazione, Rocca arrivò a Jesi con il passaporto già in tasca per discendenza, diventando però culturalmente più italiano di molti italiani di nascita. Il Professore, di soprannome e di fatto, a fine carriera ha poi scelto di fare l’insegnante di matematica in un liceo nell’Illinois. 

Bisogna poi andare molto avanti nel tempo per trovare casi simili in Nazionale, saltando ad esempio Jeff Brooks, ai Mondiali 2019, e Darius Thompson, agli Europei 2025, entrambi italianizzati per matrimonio e non per discendenza. John Petrucelli, che per l’Italia ha già giocato due qualificazioni mondiali e un torneo preolimpico, è invece oriundo nel senso classico del termine, avendo ottenuto il passaporto italiano nel giugno 2022 tramite una ricerca sulle sue radici familiari (ramo paterno in Campania, materno in Sicilia). 

Per ultimo, speravamo tutti in Donte DiVincenzo, che il passaporto ce l’ha in mano dal luglio 2025 ma non ha ancora esordito con la maglia azzurra, e ad aprile si è rotto il tendine d’Achille giocando per Minnesota. Ma speriamo ancora, per i Mondiali del 2027.

Enrico Schiavina