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Boscia Tanjevic, i giornalisti e quella cena “chiarificatrice” di Antibes (di Stefano Valenti)
Avevo appena assistito ad uno dei migliori primi tempi nella storia della Nazionale italiana.
O perlomeno in quell’epoca da inviato, fortunato, nei miei 14 anni al seguito degli azzurri. Sarebbero seguite le emozioni fortissime di Parigi, per la fase finale di quell’Europeo. Di Norrköping, anno 2003, per quello spareggio dentro/fuori da sfavoriti ma vinto contro la Germania di Nowitzki. E, nel giro di pochi giorni, la vittoria di Stoccolma sulla Francia griffata NBA, per il bronzo ed il secondo pass olimpico consecutivo. E poi Atene 2004, l’indimenticabile performance nella semifinale con la Lituania che ci avrebbe messo l’argento al collo il giorno dopo.
Però quel primo tempo di Antibes era stato di una bellezza unica. Contro la Croazia di Toni Kukoc, tenuta a soli 29 punti all’intervallo con l’Italia, scintillante, a 48.

Lo fu molto meno il secondo. Subimmo la rimonta, subimmo Toni Kukoc, subimmo uno scollamento di squadra generale, subimmo una dolorosissima sconfitta di due punti. Era la gara d’esordio, in una prima fase strutturata su tre, in poche ore si passò dall’idea del primato nel girone al rischio dell’eliminazione precoce, con l’insidiosa Turchia ad attenderci.
Subimmo molto, vedemmo sul campo e fuori. Da dove ascoltammo le storie tese all’interno del container-spogliatoio azzurro, installato all’esterno dell’Espace Jean Bunoz, sorta di prefabbricato evoluto ma che non aveva alternative per ospitare degnamente quel torneo. Pareti metalliche e sottili, finestre aperte, i Media allocati negli stessi spazi esterni.

Gli inviati italiani ascoltarono, scrissero, fecero il proprio lavoro. Esattamente come Boscia Tanjevic per il suo ruolo, esattamente come gli azzurri che in quel container chiarirono al loro interno che nessuno, da solo, avrebbe fatto strada in quel torneo.
Il lavoro degli uni non piacque però agli altri e la Federazione decise di invitarci ad una cena di “chiarimento”. Il cui clima fu ben raccontato nel docufilm “Parigi 1999 – Venti anni dopo” (curato da Alessandro Mamoli e Simone Raso, Sky Sport).
Si espose la FIP, a voler ricucire, ma il mandante era ovviamente Boscia Tanjevic. Che ci spiegò che eravamo anche noi parte di quella squadra, che dovevamo remare tutti nella stessa direzione, che senza l’Italia in campo neanche noi avremmo fatto parte di quella spedizione. Ed altro.
Per me, inviato tra i più giovani, quella serata fu una fondamentale lezione di vita, professionale e nella gestione dei rapporti. Al tavolo mi ritrovai con tutti i più importanti giornalisti della pallacanestro italiana, in rappresentanza di quotidiani, radio e televisioni (internet era ai primordi). Penne fini, esperte, navigate, profondi conoscitori della pallacanestro come delle persone. E di Boscia, che al debutto con la Nazionale aveva raggiunto un discreto sesto posto ai Mondiali dell’anno prima in Grecia, mancando però il successo nei quarti contro una selezione di professionisti mestieranti in Europa ad indossare la divisa degli Stati Uniti, buoni giocatori ma non certo gli ingiocabili dell’NBA, causa lockdown. Occasione persa, insomma.

Sono cambiati i tempi, in peggio se è lecito: un contenuto, alias notizia, con forte carica polemica, probabilmente manipolata e manipolabile anche da non presenti all’evento, e di fatto non controllabile nella sua viralità, in quella cena del giugno 1999 fu chiarito. In una stanza, a porte chiuse ed a quattr’occhi, anche con toni aspri, tra professionisti dei quali ognuno conosceva pregi e difetti dell’altro. Oggi è una condizione impensabile.
Non ci fu alcun “patto” e va chiarito. Boscia sapeva benissimo la qualità e la serietà di aveva al cospetto. Semplicemente aveva il desiderio sacro di proteggere la sua creatura. E dimenticò, meglio, fece finta di dimenticare, che i Media avevano tutto sommato difeso la sua scelta, impopolare, di tagliare alla vigilia dell’Europeo Gianmarco Pozzecco, uscito fortissimo e da eroe dallo scudetto appena vinto con Varese. Ritenendolo non al livello di quella competizione e comunque all’interno della sua idea di squadra.
Quegli stessi giornalisti ricordarono al c.t. che non erano lì per giocare con l’Italia, men che meno a carico della Federazione. E che, molto più prosaicamente, quello era il loro lavoro ed era stata la filiera decisionale interna alla testata che rappresentavano che li aveva indicati quali inviati all’evento.
Non ci furono strascichi alla cena di Antibes. L’Italia, intesa come gruppo di giocatori guidati da Boscia Tanjevic, fece chiarezza al suo interno. La crescita fu eclatante, da Antibes a Le Mans per la seconda fase, e da Le Mans a Parigi, a vincere l’oro.
I Media non alzarono alcun trofeo, né indossarono alcuna medaglia. Continuarono a narrare quello che vedevano e sentivano, di un Gregor Fucka MVP, della crescita esponenziale di Andrea Meneghin, del capocannoniere azzurro Carlton Myers a oltre 16 di media, del contributo di tutti gli altri.
Andando ben oltre quel confronto di una notte.
Perché di quell’Europeo i Media continuarono a scrivere per giorni, mesi ed anni, glorificando chi, anche sul campo e dalla panchina, andando ben oltre quella notte di lunghi coltelli.
Essere una squadra, certo, ma nel profondo rispetto dell’esistenza di due ben distinte.
(Stefano Valenti, inviato per Superbasket agli Europei 1999)

Campionati Europei di Basket Francia 1999
Italia-Bosnia
Carlton Myers