Nazionale A femminile Stories
Trentadue anni dopo, le azzurre sono Mondiali. E dalla porta principale
Il 12 giugno 1994 Laura Spreafico era a una settimana dal festeggiare il suo terzo compleanno. Non sappiamo se stava guardando l’ultima partita dell’Italbasket a un Mondiale femminile – una finalina per l’11° posto contro il Giappone, vinta dalle azzurre di Aldo Corno – ma sappiamo che era l’unica a poterlo effettivamente fare, delle 12 ragazze che hanno riportato il tricolore sul massimo palcoscenico iridato. L’unica, perché l’unica che era effettivamente nata 32 anni fa, nel mezzo di anni comunque importanti per il nostro basket al femminile.
Il Mondiale 1990 come quello 1994, le partecipazioni alle Olimpiadi di Barcellona 1992 e Atlanta 1996. Soprattutto, e su tutto, lo splendido argento europeo di Brno 1995. Quella medaglia fu il seguito di una partecipazione Mondiale, la medaglia successiva – il bronzo maturato la scorsa estate tra Bologna e il Pireo – è invece il preludio. A Berlino ci saremo anche noi, con pieno merito e dalla porta principale. Ci eravamo messi in ottima posizione con le due vittorie a strettissimo giro su Portorico e Nuova Zelanda, sommando distacchi importanti anche per possibili classifiche avulse. Che non serviranno, però. Prima l’esame più difficile, utile per capire dove siamo, contro gli Stati Uniti.
Poi l’ennesima prova di maturità superata da questo gruppo, lo step successivo. La vittoria contro quella Spagna che avevamo sì superato in amichevole a novembre, ma che non battevamo in gara ufficiale da quegli anni ‘90, dal 1998. 1998, un anno che non aveva ancora visto venire al mondo quasi metà delle 12 azzurre di Andrea Capobianco: Francesca Pasa, Costanza Verona, Lorela Cubaj, Sara Madera, Martina Fassina. Corsi e ricorsi a sottolineare quanto questo risultato sia importante anche perché ottenuto da un gruppo nel pieno della sua maturità cestistica, consapevole di poter continuare a divertirsi insieme (e a raggiungere traguardi importanti) ancora per qualche anno.

La commozione di coach Capobianco è quella di tutti noi: “È bellissimo staccare il biglietto per Berlino giocando una partita del genere, di una qualità immensa dal punto di vista mentale, tranne un calo nel secondo quarto di 3 minuti però comprensibile visto il livello della Spagna. Una gioia immensa, per me, per la Federazione, per il presidente Petrucci, per tutte queste ragazze, per un movimento intero che ha creduto in queste ragazze, che hanno fatto un qualcosa di straordinario e si meritano tanto. Sapevamo che da un punto di vista tecnico e tattico non saremmo mai potute essere perfette ma volevamo esserlo con la presenza, il cuore, l’energia”.
Presenza, cuore, energia. E la capacità di trovare sempre protagoniste diverse, al di là dei punti di riferimento conclamati. Con la Nuova Zelanda i canestri di capitan Spreafico e di Madera ci hanno tirato fuori da momenti complessi, con la Spagna a fare la differenza negli splendidi 13’ conclusivi sono stati anche i recuperi di Keys e gli attacchi al ferro di Pasa. Alcuni esempi per indicare e sottolineare quanto questo Mondiale sia un traguardo di tutte e 12 le ragazze, di tutto lo staff nella sua interezza.
“Anche oggi abbiamo tirato fuori il meglio quando le cose si stavano complicando”, ha detto dopo Italia-Spagna Cecilia Zandalasini, “è questo il marchio di fabbrica di un gruppo che non vuole smettere di stupire. Pensare di rappresentare il mio Paese al Mondiale, a cui manchiamo da 32 anni, è un’emozione che non riesco a spiegare. Sono felice, siamo felici”. Un pensiero, quello di Zanda, inedito per tutte le ragazze di questo gruppo. C’è chi ha giocato un Mondiale giovanile, alcune anche conquistando una splendida medaglia d’argento (nel 2016 con l’Under 17), ma farlo a livello di nazionale maggiore è un’altra cosa.

L’importanza di avere conquistato questa qualificazione dalla porta principale, senza aspettare il risultato di Portorico-Senegal o l’applicazione di eventuali e varie classifiche avulse, è affiancata dal come questo risultato è arrivato. Per certi versi, l’Italia-Spagna di San Juan può assomigliare al Francia-Italia del Pireo. Due partite strepitose soprattutto dal punto di vista difensivo, ancora e perno non solo del game plan ma anche rifugio nel momento di difficoltà. Dal break di 19-2 subito a cavallo tra secondo e terzo quarto le azzurre sono ripartite stringendo le fila, lavorando sulle linee di passaggio e con l’applicazione di una pressione costante che ha effettivamente fatto la differenza.
Il passivo accusato a rimbalzo (26-44 per le spagnole) è stato totalmente ininfluente, perché la chiave è stata proprio l’evitare che si arrivasse a una conclusione. Nel terzo quarto la Spagna ha tirato meglio di noi (solo due errori dal campo) ma molto meno, e non solo per le seconde opportunità azzurre. Abbiamo avuto voce in capitolo in pressoché la totalità delle 24 palle perse dalla squadra di Mendez, cifra che ha realmente fatto la differenza ai fini del risultato finale.
“Cosa si può dire a queste ragazze? Solo brave”, ha continuato coach Capobianco, che poi si è lasciato andare a un ricordo personale. “L’ultima volta che siamo andati al Mondiale era il 1994, io allenavo nei campi all’aperto. Diciamo che da quei campi un po’ di strada l’ho fatta, e se l’ho fatta lo devo ad alcune persone che mi hanno spinto, aiutato, mi hanno fatto capire quello che dovevo fare nei momenti di difficoltà e ci sono stati sempre. Tra queste una persona a me molto cara, parlo di mio fratello che ho perso a luglio e che so che starà gioendo adesso, ancora più vicino a me. Tante volte non gli ho detto grazie: se sto qui è perché lui mi ha sostenuto. Ora posso dirgli grazie. Semplicemente”.

Ci sarà tempo per pensare al futuro, a chi ci attenderà a Berlino – oltre a noi sono già qualificate Germania, Australia, Belgio, Nigeria, Stati Uniti, Cina, Corea del Sud, Francia e Spagna – e a quelle che saranno le nostre prospettive in una competizione in cui andremo a dire la nostra. Con umiltà, coraggio e consapevolezza. Grazie a una squadra speciale.
Ennio Terrasi Borghesan