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Gigi e Nik: una storia di date, di momenti e di prime volte…

20 Febbraio 2024

Questa è una storia fatta di date, di momenti. E di prime volte. Era il 16 luglio 2001 quando, a livello giovanile, Luigi Datome ha vestito la sua prima maglia della Nazionale Italiana. Tutto il paese cantava le note di “Tre Parole” di Valeria Rossi, ai vertici delle classifiche musicali, e l’ex capitano è abbastanza diretto nell’identificare le tre parole che lui associa all’azzurro. Non sole, cuore e amore, ma «appartenenza, romanticismo, sacrificio». 

«Ho sempre pensato che la Nazionale fosse la parte romantica del professionismo», ci dice Gigi. «Sacrificio perché si tratta di tanti mesi extra, di un impegno che ti prendi con grande voglia e desiderio perché è qualcosa che vuoi fare. Che ti riempie, ti realizza, ti rende centrato e completa una carriera sportiva».

Da quella giornata di Viterbo in cui Datome ha indossato per la prima volta una maglia azzurra al 22 febbraio 2024 ci sono 8256 giorni. Tanti, tantissimi, per arrivare a un nuovo esordio, a un nuovo modo di vestire i colori tanto amati. Italia-Turchia, il nostro esordio nelle qualificazioni a EuroBasket 2025, sarà una doppia prima volta ufficiale. Per Datome, la prima partita da capo delegazione azzurro. Per Nicolò Melli, l’amico e compagno di squadra di una vita, la prima presenza da capitano “ufficiale” della Nazionale.

Per Gigi e Nick sarà anche la prima volta che un rispettivo esordio azzurro arriva a incrociarsi. Se per il nativo di Olbia dopo il 16 luglio 2001 a Viterbo c’è stato, a livello di Nazionale maggiore, il 2 giugno 2007 a Bari (amichevole contro la Croazia nell’avvicinamento all’Europeo), sono diverse le date per l’odierno capitano dell’Olimpia Milano.

7 luglio 2006 a livello di Nazionali giovanili, Francia-Italia al Torneo dell’Amicizia a Limoges. Proprio quella sfida che, poche ore dopo, a Berlino ha assegnato il titolo Mondiale nel calcio. 13 marzo 2011, invece, a livello di Nazionale maggiore. All Star Game al Forum, proprio in quella Milano che oggi è la sua casa a livello di club. Una prima volta, per Nicolò, anche da compagno di squadra proprio di Datome in quella occasione.

Se tredici anni fa l’esordiente fu solo Melli, questa volta sarà un debutto per entrambi. Ufficiale, perché Nick è già stato capitano nell’incredibile estate 2021 tra il Preolimpico di Belgrado e l’Olimpiade di Tokyo. «È bello iniziare ufficialmente questo nuovo percorso insieme, perché tra Nazionale e gli anni di Istanbul prima e Milano poi abbiamo condiviso tanto insieme e sarà bello fare anche questa esperienza», ci dice.

«Sarà sicuramente strano», Melli continua riferendosi a Datome, «ma sono sicuro che saprà dare il meglio di sé anche in questa veste. È anche una condanna, non me ne libero mai,  mai, mai», chiude ridendo. Gigi, da parte sua, parla così del suo “erede”: «In questo gruppo Nicolò è la persona più indicata per essere il capitano, è un ruolo che si sente suo. È stato il leader di questa Nazionale negli ultimi anni e continuerà a esserlo. Vive questi valori, li sente sotto la pelle e sarà tutto più facile».

Se il ruolo del capitano è sicuramente noto a chi è solito seguire le avventure di una squadra sportiva, diversa è la situazione quando si parla del capo delegazione. Il ruolo che Gigi Datome sta cominciando a vivere in questi giorni, quelli del raduno di Pesaro che precede Italia-Turchia. La veste di un coordinatore, di un punto di riferimento per l’intera macchina azzurra e tutte le anime che la compongono. Di assicurarsi che tutto fili per il meglio, senza intoppi, dal punto di vista organizzativo. E, allo stesso tempo, di rappresentare un ideale testimone tra generazioni azzurre.

«I diversi staff devono comunicare in sinergia per far sì che i giocatori possano agire nel migliore dei modi, che si possano allenare bene e che possano giocare al meglio. Ho avuto la fortuna di vivere grandi organizzazioni da giocatore, posso portare questa esperienza nell’aiutare tutti gli staff a dare il meglio possibile», dice Gigi. Guardando al passato, vengono alla mente due esempi di grandi protagonisti azzurri da giocatore che hanno poi fatto parte della Nazionale in un’altra veste, quella dirigenziale.

Uno è Dino Meneghin. Oltre all’indimenticabile argento olimpico di Mosca, l’oro europeo di Nantes e le altre medaglie vinte da giocatore, l’Hall of Famer di Alano di Piave è chiaro nel tracciare la differenza tra i due ruoli. «Da giocatore sei protagonista in campo, devi pensare a vivere bene il gruppo e a cercare di vincere», dice. «Da dirigente cambia completamente la prospettiva, devi interessarti di tutti gli altri facendo in modo che ciascun membro della Nazionale stia bene, a proprio agio. Devi essere a disposizione di tutti: non sei più protagonista, ma aiutante».

Dino Meneghin vanta 271 presenze in carriera con la maglia della Nazionale Italiana da giocatore – meglio di lui soltanto Pierluigi Marzorati con 277 – e dopo di lui, nella classifica di ogni epoca, c’è un’altra indimenticabile icona azzurra che in comune a SuperDino ha anche la duplice veste nel rappresentare l’Italia.

«Ho rappresentato la Nazionale in un momento in cui ci sono stati diversi esordi di giocatori che oggi sono punti di riferimento di questo gruppo», afferma Roberto Brunamonti, Team Director azzurro nelle gestioni Messina e Sacchetti. «Un ruolo diverso, ma altrettanto importante. Non solo per l’avere conosciuto chi già faceva parte di quella squadra, ma anche per avere aiutato i nuovi a inserirsi nel contesto».

«Vivere l’azzurro in abito fuori dal campo è stato chiaramente diverso dal farlo solo da giocatore», continua il nativo di Spoleto. «Ma è stato altrettanto importante e coinvolgente. Nel mio ho cercato di dare un apporto a tutti, indipendentemente dall’esperienza che avevano in Nazionale. Credo di esserci riuscito, aiutando ogni giocatore a capire l’importanza e la fortuna di potere rappresentare il paese in competizioni internazionali».

Quanto sia cruciale trasmettere i valori e il significato della Nazionale è un qualcosa che anche Melli e Datome tengono particolarmente a sottolineare. «Nella mia carriera dai giocatori d’esperienza, di riferimento, ho preso soprattutto la capacità di dare l’esempio. Perché è difficile parlare e dire qualcosa quando non si è i primi a fare le cose giuste. Cercherò sempre di essere me stesso, di dare l’esempio come prima cosa», afferma il neo capitano azzurro.

«I valori della Nazionale vanno trasmessi negli anni, soprattutto a chi arriva per la prima volta. Sono sicuro che i ragazzi che compongono questo gruppo li vivano e li sentano continuamente. L’hanno dimostrato nel loro comportamento in questi anni», dice il nuovo capo delegazione della Nazionale, che poi si sofferma sul potere lavorare insieme al compagno di squadra di una carriera in nuovi ruoli: «C’è un vissuto comune a livello di squadra e staff, anche per l’ottimo lavoro fatto dal Poz e da Salvatore Trainotti in questi anni, e sicuramente non cominceremo da zero. Dovremo essere bravi a non perdere minuti nell’esecuzione, nel lavoro e nella programmazione. Questo si può riassumere nel parlare la stessa lingua, capirsi e venirsi incontro. Nicolò è molto simile da tanti punti di vista, sarà facile capire reciprocamente queste cose».

Affinità, linguaggio comune, unità di vedute. Un legame che sottolinea anche Brunamonti, che ha vissuto con Melli e Datome diverse estati azzurre: «Ho potuto conoscere, in quegli anni, anche le loro qualità umane. Una bellissima scoperta, due ragazzi che si spendono per la Nazionale di cui sono elementi importanti. Di loro ho sempre apprezzato l’attaccamento alla maglia, l’esempio che davano in allenamento nelle partite».

«Sono molto felice che Melli sia diventato un punto di riferimento fondamentale e credo che Datome possa diventare un fantastico capo delegazione. Ha vissuto l’azzurro per tanti anni da giocatore, sarà sicuramente un elemento importante sia tecnico che umano in questa Nazionale. Sono entrambi nei ruoli giusti non solo per il carisma e il vissuto sportivo, ma anche per il tocco umano che possiedono entrambi», aggiunge.

Dino Meneghin non ha vissuto estati azzurre con Melli e Datome, ma ha seguito la carriera di entrambi ed è sicuro, come Brunamonti, nel pronosticare un successo nei nuovi ruoli per Gigi e Nick: «Mi sono sempre sembrati due leader, Gigi uno più silenzioso. Penso possano fare benissimo nei loro ruoli: Melli l’ho sempre visto come un ragazzo pronto a contribuire in modo partecipe, Datome è perfetto per essere un dirigente. Ha un’intelligenza e una capacità di rapportarsi alle persone che lo renderà un leader silenzioso della squadra anche senza giocare».

«In questa veste il rapporto è di collaborazione», continua Meneghin. «La squadra è organizzata in maniera perfetta, vive per conto proprio. Nel mio ruolo dovevo assecondare i desideri dello staff e della squadra, essendo sempre a disposizione del gruppo. Se hai un consiglio utile e te lo chiedono lo dai, ma devi sapere benissimo che i giocatori devono ascoltare gli allenatori».

Nelle ore in cui gli Azzurri stanno preparando l’esordio nella corsa a EuroBasket contro la Turchia, il pensiero può andare anche al significato della partita oltre i 40’. Non per Nicolò Melli, il primo a non tradire emozioni particolari mantenendo massima la concentrazione sulla palla a due di giovedì sera: «non credo che la mia mente andrà ad altro che non sia la partita. Il “battesimo” da capitano già l’ho avuto, e giovedì sarà una partita importante di per sè, senza pensare ad altro. Alla sirena finale, se andrà bene, magari ci sarà tempo per assaporare altro che non sia il risultato».

Se Nik ha l’esperienza pregressa da capitano a cui fare riferimento, Gigi Datome, invece, ha già “esordito” da dirigente in questa stagione con l’Olimpia Milano. La Nazionale, però, è tutta un’altra storia: «prima arrivavo al raduno pensando soltanto a giocare, adesso devo assicurarmi che tutto vada bene dal punto di vista organizzativo. Ovviamente mi affiderò a tutti i professionisti che conosco, mettendomi a disposizione per imparare e capire dove posso aiutare. Ma sarà diverso».

«Quando sei in gruppo un conto è sederti con i giocatori, un altro con lo staff: è un passaggio generazionale», sorride Datome. «La prima volta che mi è successo a Milano è sicuramente stato un po’ forte. I ruoli cambiano ma lo spirito è lo stesso, come la felicità di esserci. Solo che non dovrò pensare a ciò da fare in campo, ma a tutto quello che ci sarà da fare fuori. Staremo insieme per poco tempo, e l’obiettivo è lavorare al meglio come abbiamo fatto benissimo anche prima. La Nazionale è il sogno di chiunque fa sport».

Tornando indietro alle Tre Parole di inizio storia, invece, Nicolò ne adotta due diverse rispetto a Gigi sottolineando anche lui l’importanza del concetto di sacrificio: «la Nazionale è anche questo, perché si gioca in momenti tradizionalmente di riposo ma è qualcosa a cui non si rinuncia. È felicità, perché c’è sempre questo sentimento di attaccamento, di amore. Ed è anche brividi, come quelli che provi durante l’inno nel pre-partita, un momento che ha un sapore diverso».

Se per Roberto Brunamonti «ce ne vorrebbero mille di parole per descrivere quello che è la Nazionale», Dino Meneghin offre una prospettiva diversa – ma con dei punti in comune – nell’identificare le tre parole chiave della sua vita azzurra: «orgoglio, perché rappresenti l’Italia e sei uno dei 12 migliori; responsabilità, perché non stai rappresentando solo te stesso ma anche un paese, anche chi non è appassionato; entusiasmo, perché è la benzina fondamentale per andare avanti, quando giochi i tornei al termine di stagioni lunghissime con i club».

Una prima volta speciale, quella di giovedì. Che avverrà in un contesto sempre pronto ad abbracciare i colori azzurri, con calore e passione. Proprio l’affetto della gente è un tema su cui Datome, in chiusura, tende a soffermarsi. Le migliaia di spettatori che affolleranno la Vitrifrigo Arena rappresenteranno un nuovo bagno di folla per un gruppo che, negli ultimi anni, più volte ha avvertito l’amore della sua gente: «in Nazionale le emozioni sono più forti. Il cuore batte di più, l’affetto della gente significa ancora di più perché non stai rappresentando un Club, ma un paese. E nel cuore delle persone ci entri per quello che fai».

«I ragazzi sono entrati nel cuore dei tifosi in questi anni per quello che hanno fatto, non per quello che hanno detto», continua Gigi. «Bisogna coltivare questo amore, e anche qui tanto merito è del Poz per avere creato tutto questo. Il gruppo, la filosofia. È un affetto che va preservato, che non va asciugato perché è un attimo perderlo. Una sconfitta può capitare, abbiamo perso più di quello che abbiamo vinto probabilmente. Ma un tifoso vuole vedere una squadra che giochi col cuore, di squadra, con tecnica e tattica».

 

«Non saremo mai quelli che dicono che ci abbiamo messo il cuore e che siamo contenti per questo, non basta», conclude. «Ma deve essere il punto di partenza, quello che abbiamo sempre fatto nelle ultime estati. Così il pubblico continuerà a seguirci con affetto. L’importante è volerlo fare».

Ennio Terrasi Borghesan