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Lubiana, 21 maggio 1970: Barabba e il gancio del Destino

21 Maggio 2026

Il gancio del destino, un movimento fluido, potente ed elegante al tempo stesso, come poi è sempre stato lui, Renzo Bariviera. Il gancio più famoso della storia del basket italiano, un canestro bellissimo, prima ancora che storico.

Segnato il 21 maggio del 1970, è il canestro che consentì all’Italia di battere per la prima volta nella sua storia gli Stati Uniti e passò direttamente dalla cronaca alla leggenda. Con un nome preciso: il Gancio di Barabba.

L’America. Veniva più comodo chiamarla così che dire Stati Uniti, dava un’idea di grandezza, nel basket di imbattibilità. Considerati gli inarrivabili maestri del gioco, anche se a pochi era chiaro il concetto che le squadre mandate ai tornei internazionali di quei tempi non erano minimamente dei dream team, solo delle buone selezioni di collegiali. In quella squadra del 1970 c’era ad esempio Bill Walton (diventerà una leggenda ma lì ha solo diciotto anni e gioca pochi minuti dalla panchina) e nessuna altra futura superstar NBA. Di rinforzo però alcuni elementi esperti di campionati europei, Jim Williams già bandiera di Napoli, Tal Brody colonna del Maccabi Tel Aviv, Joe Isaac che giocherà ed allenerà Varese.

Mondiali del ’70 a Lubiana, si gioca in un palazzo leggendario, l’Hala Tivoli di Lubiana, la partita vale per il terzo turno del girone finale all’italiana, gli Usa fino a lì sono imbattuti nel torneo. Mentre gli azzurri hanno già perso una partita nel girone, dopo due supplementari con il Brasile, e poi con la padrona di casa Yugoslavia e ancora con il Brasile nella seconda fase. Per questo già è sorprendente che vi sia equilibrio fino alla fine, anzi gli azzurri (che giocano in bianco) sono avanti di 1 quando va in lunetta Mike Silliman, un mezzo lungo bianco del Kentucky un po’ rozzo, che giocherà solo brevemente nell’ABA. Silliman mette un solo libero, 64 pari. Ultimo possesso, è lì che si fa la storia.

Dodo Rusconi palleggia a lungo, non trova spazi, va a cercar guai dentro l’area e quasi perde palla, ma la salva con un grande balzo il veterano Ottorino Flaborea, il trentenne capitano («La vera prodezza fu la sua nel recuperare in tuffo una palla quasi persa» racconterà il troppo modesto Barabba nei decenni a venire).

Ironia della sorte sarebbe lui, Flaborea, il giocatore famoso per il gancio, il tiro su cui ha costruito una carriera, il motivo per cui tutti lo chiamavano Capitan Uncino. Da quel recupero di Flaborea sul filo della linea di fondo nasce un altro giro di palla per l’Italia, è poi da Giorgio Giomo che la palla arriva a Bariviera, in corsa appena fuori dall’area, lato destro.

La dinamica del Gancio di Barabba è rapida, la meccanica perfetta. Movimento plastico, senza palleggi, il nostro numero 9 lascia partire il pallone dai quattro metri circa, la distanza è una di quelle vie di mezzo che spesso ingannano, lontana per un tiro da sotto a una mano, vicina per un tiro in sospensione classico, e poi i piedi non sono allineati, il difensore (sempre Silliman) è vicinissimo, insomma è una soluzione molto complicata.

Ma la palla va dentro, 66-64. Mancano 6 secondi alla fine, gli Usa non riescono nemmeno a tirare, l’impresa è fatta. «Del dopo ricordo solo un enorme rumore e tutti i compagni che mi abbracciavano. Sì, avevamo fatto la storia, ma io mica lo sapevo» l’ha raccontata lui mille volte, nei 56 anni passati da quel giorno. La sua gloriosa carriera in quel canestro, dimenticando che in quella stessa partita di punti ne firmò 18, sui 66 degli azzurri, e fu il migliore in campo.

Non è tanto importante come si piazzerà l’Italia in quel mondiale (quarta), né che gli Stati Uniti perderanno anche con Yugoslavia e Brasile e chiuderanno quinti. La storia è fatta e l’ha firmata Renzo Bariviera detto Barabba, soprannome nato sotto Cesare Rubini, che lo portò a Milano diciannovenne prelevandolo dal Petrarca Padova, uno che storpiava regolarmente i cognomi. Una volta gli uscì così, e Barabba rimase. Bariviera praticamente solo nei tabellini, o nelle schede che indicano 208 presenze in azzurro, due bronzi europei, 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 4 Coppe delle Coppe e altro vasellame vario: parliamo di un grandissimo, per chi non lo sapesse.

Con la Nazionale 2.151 punti, giocando due Olimpiadi, cinque Europei e due Mondiali. C’era lui anche in quelli di otto anni dopo nelle Filippine, quando per la seconda volta nella storia battemmo i maestri del gioco, 81-80 sugli Stati Uniti, con alla fine piazzamento identico a quello di Lubiana ‘70, noi quarti, loro quinti. Ma non fa più così tanto notizia.

Gli americani li aveva già battuti Barabba, con il suo Gancio, otto anni prima.

Enrico Schiavina