È in Azzurro dal 2006, da quando vestì la maglia dell’Under 16. Con le maglie delle varie Nazionali ne ha viste tante, ne ha vissute tante, ne ha passate tante. Ma l’Italia non lo ha ancora stancato, anzi: anche nell’Anno del Signore 2025 Nicolò Melli è lì, in prima fila, a guidare i compagni non solo perché è il capitano. Nell’albergo che ospita la Nazionale a Folgaria Nik si è confidato sui suoi pensieri azzurri e non soltanto, scalpitante perché deve ancora smaltire qualche acciacco e ancora non è potuto scendere in campo con gli altri. “In questo raduno speravo di ritrovare il giusto entusiasmo, quello che era mancato l’anno scorso complice un calendario molto stretto e un paio di assenze, e dalle prime battute e dai primi allenamenti credo proprio che ci sia. Al di là delle frasi fatte è sempre bello tornare in azzurro, rivestire questa maglia a cui non so dire di no. Ho visto molti miei colleghi in giro per l’Europa che hanno lasciato la Nazionale per potersi concentrare sul club: io invece un po’ perché sto bene, un po’ perché qualche estate l’ho dovuta saltare per problemi fisici continuo volentieri. C’entra anche il fatto che qui trovo sempre le condizioni ideali per lavorare al meglio e c’è sempre il sogno di tagliare insieme un traguardo importante. La Nazionale è quello che provi dentro di te quando suona l’inno, al di là della provenienza e del background culturale, ed è bello poterlo trasmettere agli altri. Qui ci sono belle vibrazioni, dobbiamo tradurle in bella pallacanestro”.
E per concretizzare le vibes nell’aria in basket giocato serve anche fare discorsi specifici nello spogliatoio? Secondo Melli no: “Non credo molto in queste cose; credo nell’esempio, nei fatti. Peraltro non c’è mai stato bisogno di tirare fuori parole per unire il gruppo, abbiamo sempre trovato una nostra unità, una nostra chimica allenandoci bene, comportandoci bene, rispettando gli altri, vivendo momenti di condivisione anche extra campo. Che poi a pensarci bene le uniche volte in cui ho parlato è stato subito dopo momento negativi: spero proprio di non doverlo fare!”.
Nei sei tornei – quattro Europei, un Mondiale e un’edizione dei Giochi Olimpici – con la senior a cui ha preso parte, Melli si è sempre fermato ai quarti di finale. Uno scoglio fin qui insormontabile, l’ultimo ostacolo non superato prima di raggiungere quel traguardo importante a cui Nik ha fatto riferimento: “C’è un grande insegnamento che ci dà Gianluca Basile: ci vuole sempre un po’ di culo. Delle volte ce la siamo cercata, nelle ultime occasioni è mancata quel pizzico di fortuna, l’episodio che poteva far girare tutto in positivo: un fallo in attacco non fischiato, un rimbalzo non preso, un libero non messo. Noi dobbiamo fare le cose per bene e poi farci trovare pronti al momento giusto, poi questa benedetta ruota prima o poi girerà”.
Chissà, magari girerà già da questo Europeo, nel quale ci troviamo di fronte nell’ordine Grecia, Georgia, Bosnia, Spagna e i padroni di casa di Cipro: “Parliamoci chiaro: è il peggior sorteggio che poteva capitarci. È un girone equilibrato, ci sono due squadre superiori alle altre e bisognerà battagliare con tutte. Detto questo andremo a giocarcela con tutti, non possiamo fare altrimenti se dobbiamo coltivare un sogno. E poi ha senso parlare del sorteggio fino ad un certo punto, è andata così e basta, sarà complicato anche per i nostri avversari”.
E l’estate azzurra fin qui trionfale, tra il bronzo della Femminile e l’oro dell’Under 20, capitan Melli come l’ha vissuta? “Vedendo il quarto di finale delle ragazze con la Turchia ho sofferto come non mi accadeva da tempo. Hanno fatto un grandissimo risultato, così come l’Under 20 che ha dimostrato grande carattere. Quello che noto come differenza rispetto ad altre Under del passato è l’aspetto fisico: ci sono tanti ragazzi già molto ben strutturati. Sono risultati importanti, sono contento che i ragazzi e le ragazze che l’hanno raggiunto e hanno coronato un sogno: speriamo di riuscirci anche noi”.
La chiusura della nostra chiacchierata non può che essere dedicata ad Achille Polonara, presenza costante nel ritiro azzurro anche se a distanza. “Achi aveva già affrontato una sfida seria, peraltro scoprendo di avere il tumore con il controllo antidoping nella finale di Supercoppa dopo aver vinto la semifinale contro Milano: non sono mai stato così contento di aver perso una partita. L’avrebbe scoperto lo stesso ma magari troppo tardi. Quando ho saputo della leucemia l’ho presa male, è stata una notizia terribile. L’ho sentito, l’ho chiamato, con la squadra cerchiamo di stargli vicino ogni giorno. Con Achille eravamo compagni di stanza nell’Under 20 all’Europeo 2011 (Argento, battuti in finale dalla Spagna di Mirotic, ndr), poi giocando contro nei club ci stavamo sportivamente antipatici come è normale che sia, prima di ritrovarci con ruoli importanti in Nazionale vivendo insieme emozioni incredibili come a Belgrado nel PreOlimpico del 2021: lì Achi fece una partita memorabile. A me non piace la narrazione della battaglia, non c’è meritocrazia in queste cose, non è che chi combatte di più in automatico vince e guarisce; spero solo che ce la faccia per sé stesso, per sua moglie, per i suoi bimbi, per tutti coloro che gli vogliono bene”.
Dario Ronzulli